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L’associazione artistico culturale “Passato Prossimo Arte e Antichità” organizza una mostra d’arte contemporanea e antiquariato nel chiostro del convento di San Domenico, un percorso nuovo attraverso varie arti, per una settimana a partire dal 1 maggio con l’inaugurazione.

«Alla mostra parteciperanno – affermano le responsabili dell’associazione Giovanna Adamo ed Adele Paola – degli artisti contemporanei e alcuni antiquari di livello nazionale, che esporranno dipinti di antichi maestri, mobili d’epoca, specchiere e oggetti della memoria, sopravvissuti ad un tempo che non è più, creando nelle sale dello storico convento un’atmosfera di stupore armonioso, in grado di emozionare anche un pubblico tendenzialmente poco attento al mondo dell’arte».

Una mostra ad ampio spettro che abbraccia diverse sensibilità artistiche, come il noto pittore e scultore calabrese Maurizio Carnevali, che illustrerà la realizzazione delle opere calcografiche con conseguente spiegazione ed incisione in diretta su lastra di rame o zinco; l’opera poi verrà stampata mediante l’utilizzo del torchio e sarà arricchita da una relazione sul significato di stampa.

La professoressa Giorgia Gargano, specializzata in archeologia classica e ispettore onorario per i beni numismatici della Calabria, relazionerà il 2 maggio sulla storia della formazione delle grandi collezioni calabresi di reperti archeologici, mentre l’architetto Mario Panarello, professore e storico dell’arte, autore di diverse pubblicazioni sulle dinamiche artistiche del sei e settecento in Calabria e nell’Italia meridionale, relazionerà sul collezionismo e le gallerie di palazzo in età barocca.

L’artista Matteo Curcio, giovane pittore catanzarese già noto per aver esposto in diverse gallerie italiane accanto a noti artisti contemporanei (Rotella, Fontana, Fiume, Schifano, Sasso). La sua presenza permetterà ai visitatori di scoprire i segreti della tecnica pittorica dell’ artista tramite lo realizzazione di un bozzetto preparatorio dal vivo, a partire dalla preparazione della tela fino alla velatura.

Parteciperanno, inoltre, l’attore e regista Mario Maruca, che leggerà un brano di Marcel Proust sul dipinto la “Veduta di Delfit” di Vermeer ed un brano di Alice Murro sul dipinto “Io ed il villaggio” di Marc Chagall; la soprano Marta Bianco con alcuni brani di repertorio ed il maestro Rosangela Longo. Tra le opere esposte vi sono la Deposizione di Bartolomeo Cincani, detto montagna ed allievo del bellini e del Mantegna ed il Toro dell’artista contemporaneo calabrese Nik Spatari.

A conclusione della mostra, verrà allestita un’asta pubblica di beneficienza in collaborazione con l’ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo).

Il Pane era tondo


 

Il Pane era tondo.

Siamo tutti viaggiatori sulla ruota della vita.

 

All’inizio del mondo, il pane era tondo

il pane ha le gambe, in un cielo rotondo

corre veloce, corre nel vento

su per i monti, giù per le valli

per fiumi e per mari

arriva lontano, si ferma vicino

nei forni più antichi

nascosti nel tempo

il pane era tondo all’inizio del mondo.

 

Francesco Antonio Caporale 2016

Pane e fantasia


A fugare ogni dubbio sul significato che il termine “vivere” assume nella massima attribuita a Hobbes, ci sono le due varianti Primum manducare, deinde philosophari (prima mangiare, poi filosofare), e Primum panem, deinde philosophari (prima il pane, poi il filosofare). È il riconoscimento di un “primato” del corpo sullo spirito, o, comunque, un invito a rimanere ben piantati con i piedi per terra. Si tratta di un dato incontrovertibile che non c’è filosofia senza che il filosofo si assicuri la riproduzione del Sé. Perché, banalmente, il pensiero muore con il filosofo che non mangia. E, sebbene Cervantes, per voce del magrissimo Ronzinante, volesse suggerirci che la “metafisica” è proprio un effetto del non mangiare, ai voli pindarici ci si dedica solitamente a stomaco pieno. È quello che i latini intendevano con la parola otium.

Quello che vale per il filosofo, vale anche per l’artista. Ma a ben vedere, vale anche per tutti gli altri, si dedichino o meno alla speculazione e alle arti, riducendosi alla fine a un mero dato antropologico (e più in generale biologico), il fatto che gli uomini si debbano nutrire. Quello che mi pare ci proponga Francesco Antonio Caporale è una azzardata, ma anche azzeccata, variazione del sillogismo: “Se tutti gli uomini devono mangiare, e se i filosofi (e gli artisti) sono uomini, allora i filosofi (e gli artisti) devono mangiare”. Che si trasforma, con un salto logico, in una equivalenza, che è piuttosto una evidenza, per la quale non solo tutti i filosofi (e gli artisti) devono mangiare, ma tutti gli uomini devono filosofare ed esprimersi artisticamente. L’immaginazione e il fare immagini sono parte della nostra storia naturale, almeno dal tempo delle grotte di Lascaux. È ciò che caratterizza il nostro essere nel mondo come sapiens.

Pane e rane non è solo un tributo dell’artista alla propria terra, alla sofferenza patita dalle genti calabresi dedite al duro lavoro dei campi, lavoro nei campi che spesso non bastava a placare i crampi, quelli della fame. Perché mi pare che Caporale rilegga questo amaro pane e “niente” del proverbio popolare (simbolizzato dalla rana, che evidentemente non figura tra le cose buone da mangiare) come “pane e fantasia”. Il pane di Francesco Antonio Caporale è metamorfico, come l’anfibio che gli fa da companatico, forma vivente che muta forma, appunto, partecipando all’inizio della sua esistenza al mondo acquatico e poi a quello terrestre. Pane e rane, diventa un modo per dire che nessuna condizione di sudditanza forzata al regime del bisogno potrà mai sopprimere il sogno.

Non dimentichiamo che l’arte produce e celebra oggetti “inutili”. Si oppone, con la sua stessa esistenza, a quella semplificazione (caricaturale) dell’umano, tanto cara agli economisti, che è l’homo eoconomicus, ubbidiente alla logica del massimo profitto e del minimo sforzo, sempre alla ricerca dell’utile e del soddisfacimento delle proprie pulsioni egoistiche. L’arte ci ricorda che amiamo la dépense, il dispendio, che oltre al tempo del lavoro c’è quello della festa, il momento in cui anche il pane – come le persone, le case, le cose – si agghinda.

L’omaggio al pane che fa questo artista vulcanico (che mi ha ricordato la visionarietà di certa produzione ceramica vietrese) è ben lungi, dunque, dall’essere una scelta di campo materialista. E non si tratta di riconoscere quanto ci sia di “simbolico” in un elemento (materiale) della nostra tradizione alimentare, così importante da divenire, metonimicamente, sinonimo stesso di “cibo”. Il suo richiamarsi a un elemento primario del vivere è un modo per dire che è primario anche ciò che per molto tempo è stato considerato sovrastrutturale. E forse anche la risposta ironica a quanti vanno dicendo che la cultura non si mangia.

Giorgio de Finis

Di solo pane


Il pane, la forma del pane, il sapore del pane, il colore del pane, il corpo del pane: un fertile rincorrersi e rigenerarsi di elementi percettivi per un alimento fondamentale che accompagna il destino dell’uomo. La percezione sensoriale concorre a costruire in ognuno di noi una propria, personale, definizione di pane, poiché il sapore, l’odore del pane tipici del luogo dove si è nati ce li portiamo dentro, ci seguono nel nostro cammino di vita, ci ricordano ambienti, persone, consuetudini, tradizioni, credenze, in una parola, ci appartengono. La sua forma, il suo profumo, la sua tenera fragranza, il suo corpo, appartengono alla storia di ciascuno, di essa sono misure di identità e narrazione. Il pane ha un corpo che, pur nella varietà di forme e geometrie, è mortale pari a quello dell’uomo. “Ma i ricordi del pane sono conservati meglio del pane stesso. È nato nella cenere, sulla pietra. Il pane è più antico della scrittura e del libro. I suoi primi nomi sono stati incisi su tavolette d’argilla in lingue ormai estinte. Parte del suo passato è rimasto fra le rovine. La sua storia è divisa fra terre e popoli.”! (Predrag Malvejevié, Pane Nostro, Garzanti, Milano 2005)

“L’Universo comincia con il pane”, afferma Pitagora. Infatti, dall’antichità, dalla profondità dei tempi, la storia ci restituisce i valori del pane: valori spirituali, morali, sociali, culturali. Il pane, frutto della terra e prodotto della cultura, affonda le proprie origini nella memoria, nel vissuto individuale, nella storicità dei luoghi.

Così, ripercorrendo i racconti ascoltati da bambino, l’artista Francesco Antonio Caporale, ricostruisce l’identità del pane nero del secondo dopoguerra. Quel pane ottenuto con il grano raccolto dopo la bruciatura delle stoppie, ritorna nei vortici dei suoi pensieri; in essi si sovrappongono immagini, forse parvenze sognate, di spighe brunite dal fuoco, di mani affamate che raccolgono chicchi anneriti tra la cenere: è la storia del pane nero, il pane dei poveri. Ed ecco, inattesi, ulteriori dati visivi ad arricchire il suo lessico cromatico: il colore del pane, il pane nero, il pane bianco.

Ma il pane non è del tutto nero e non è del tutto bianco. Nei tempi miseri del pane nero è bianca di luce la sacralità di un alimento che placa la fame del corpo e sostanzia di sé lo spirito nella lotta per la sopravvivenza; nei luoghi e nei tempi del pane bianco è illusoria felicità, l’esserci solo pane è nero presagio per lo spirito.

Da secoli si ripete che “non si vive di solo pane”, facendo in ciò riferimento all’imprescindibile dimensione spirituale del vivere. “Di solo pane” può vivere il segno narrante dell’artista Caporale quando, nella forza plastica e nel tessuto pittorico delle sue opere, declina un percorso di ricerca creativa che trae origine e significato dal pane.

Le sue opere offrono una raffinata traduzione formale alla dimensione memoriale del pensiero. In essa il territorio è luogo fertile di rimandi e il pane diventa origine e destino terminale di una partitura figurale in cui si inseguono una molteplicità di segni e di sottili correlazioni simboliche.

Dalla densità rammemorativa del proprio vissuto affiorano, vividi e attuali, repertori d’immagini, suggestioni di sopita bellezza: campi di grano in cui smarrire lo sguardo; melograni con cui dissetarsi; il sole che disegna trepidi sogni sui sentieri di giovani destini; giochi di ragazzi che quietano la fame di giorni assolati, mentre le rane saltano sul pane nero e gli scoppi di risa si mischiano alle espressioni divertite e ironiche: “Che fai? Mangi pane e rane!”.

La rana, raffigurata nello slancio plastico del balzo o in placida posizione d’attesa, rappresenta per Caporale un ricongiungersi ai sogni di spighe e di pane, al “pane e paese”, a quel territorio che è sempre più simile all’arca felice di animali che popolano i ricordi, le storie vissute o ascoltate (il gallo, le pecore, l’asino eccetera).

Nei suoi lavori creativi, a ben considerare, ricorrono elementi figurali che si ripetono e si rigenerano in varianti sempre diverse, contrappuntando e connotando la sua sintassi espressiva. Così è per la rana: un segno-simbolo che, insieme agli altri disseminati nella sua produzione, offre i motivi interpretativi, le coordinate analitiche per cogliere la sostanzialità dei concetti, declinati in innumerevoli combinazioni e ridisposizioni testuali.

L’urgenza conoscitiva, che induce a ritornare sulle singole opere, permette di scoprire un inanellarsi di richiami simbolici, di metafore visive: gli occhi del pane, il cuore del pane, la casa, l’esistenza stessa costruita sul pane; l’albero che affonda le proprie radici nel corpo del pane, nella sua sostanza più densa e feconda; l’albero, ancora, che nasce dal corpo dell’uomo, l’attraversa assorbendo nutrimento dal pane; l’uomo stesso che nasce dal pane; gli uomini in gesto di preghiera sospesi sugli alberi che affondano le radici nel pane; le rane che saltano sul pane sottolineando, nel loro ininterrotto moto circolare, la ciclicità dell’esistere, l’eterno ritorno dell’uguale.

Segni e simboli che rimandano al vissuto, ma anche a tutto un mondo di valori che cresce e si sviluppa nel corpo del pane, nel nome del pane: il pane perduto, il pane degli angeli, il pane benedetto, il pane dell’amicizia, il pane dei morti, il pane dei santi e tante altre denominazioni che concorrono a costruirne nei secoli l’identità. Il pane è il mondo perché il mondo vive grazie a esso; è l’uomo stesso a cui dà forza e gambe per esistere. Il pane, dimora di memoria e alito di vita, nell’opera d’arte è sostanza che nutre lo sguardo dopo aver nutrito il corpo dell’uomo.

Così, di opera in opera, in un’esplorazione visiva quasi tattile, si amplia la gamma dei significati riconducibili all’identità del pane; dalla dimensione puramente esperienziale e memoriale, dalle storie e dalla storia che lo raccontano si passa a contenuti più universali che travalicano il singolo individuo, la sua storia, il suo percorso di vita per raccontare di ogni uomo, di ogni luogo dove il pane nutre i giorni di poveri e affamati, ma nutre anche gli occhi di chi coltiva sogni di futuro diventando esso cibo per l’anima. Allora, inseguendo le radici del mondo immaginativo di Caporale e le segrete alchimie generative di segni e significati, ha un senso parlare di “ascolto” del pane, poiché non è all’orecchio fisico che si fa riferimento ma alle incognite distese di ascolto interiore che si aprono in quel misterioso sentire dell’uomo e da cui l’uomo stesso, nella sua profondità d’ascolto, rinasce. È una dimensione quasi sacrale che va ben oltre la percezione uditiva dell’ascolto; è un ascolto nuovo che misura il battito della vita che cresce, che lievita, si espande nel pane e col pane, per cui il pane è più propriamente lievito vitale, è il pane della vita. Esso è elemento di unione tra terra e cielo, tra materia e spirito. D’altronde l’artista, nelle sue raffigurazioni, rappresenta l’uomo contemporaneamente con le mani giunte in atteggiamento di preghiera e tese verso il cielo, in ciò dichiarando il senso di profonda spiritualità che ne muove il fare. In una continua filiazione di simboli, la struttura narrativa di alcune opere scultoree si sviluppa in un moto ascensionale che dalla base di un’altura giunge alla cima su cui svetta, proteso verso il cielo, l’albero della vita; un albero sempre nuovo, ma più antico di ogni memoria, che continua a far germinare emozioni al centro del cuore.

Esso introduce a un processo metamorfico della materia per cui le dita della mano diventano alberi, che a loro volta, in una compenetrazione essenziale di forme, si trasformano e generano figure umane in cui si condensa un dialogo più sostanziale che trascende le parole e le cose. Sono immagini in cui si coglie la forza compositiva del gesto ispirato, capace ancora di saper udire ed esprimere il canto profondo della natura; sono raffigurazioni, elementi visivi reiterati che riecheggiano, nel loro armonico disporsi, passi del biblico Discorso della Montagna in cui tutti, animali e uomini, percorrono il sentiero che conduce verso un ritrovato equilibrio tra natura e vita dell’uomo. È anche il sentiero su cui, in un addensarsi di interrogativi sui temi dell’esistenza, l’artista si incammina e cerca la propria Via Interiore verso la vita, verso la propria verità.

È una dimensione di pensiero, una visione etica di chiara matrice ambientalista che attraversa tutto il lavoro di Caporale; è la proiezione di un desiderio che insemina nuovi germi di salvezza e restituisce alla terra quell’armonia naturale originaria in cui il pane ha il potere di riconciliare il corpo con l’anima. “Dacci oggi il nostro pane”: e il pane diventò corpo e il corpo diventò spirito.

Di solo pane, in conclusione, diventa un prezioso ossimoro poiché il sogno creativo dell’artista, nel suo dipanarsi, scopre, con stupito candore, il vero corpo del pane: quel suo corpo che nutre il proprio corpo e che trova posto nell’animo; quel pane di cui l’uomo sazio può vivere solo se riempie i granai dello spirito.

Teodolinda Coltellaro


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foto-2Una medaglia tramandata di generazione in generazione ed i tamburini sono il filo conduttore della storia personale di una famiglia nicastrese, che si intreccia per alcuni secoli con i fatti della grande storia, dalle guerre, alle rivoluzioni, ai terremoti ed alle alluvioni. La medaglia, recante l’iscrizione “Deo Iuvante” e consegnata dal padre al figlio per generazioni attraversando tutto l’albero genealogico, rimane perduta misteriosamente su uno degli ultimi eredi, eroe nicastrese nella prima guerra mondiale, ucciso sul fronte di battaglia. Le vicende sono narrate con intensità emotiva ed uno stile semplice ma vigoroso da uno degli eredi: il notaio Giuseppe Notaro di Nicastro, ma oggi residente in Toscana. Continua a leggere »


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