L’Italia è in crisi, politicamente ed economicamente. Ma i problemi del paese vanno ben oltre la crisi attuale. Le radici del suo declino affondano nella fragilità dell’identità nazionale. L’unità raggiunta in fretta e furia nell’ottocento, l’avvento del fascismo nella prima metà del novecento e la successiva sconfitta nella seconda guerra mondiale non hanno certo alimentato nei cittadini l’amore per la patria. Se lo stato postfascista avesse raggiunto importanti successi e offerto ai cittadini un esempio con cui identificarsi, le cose forse sarebbero andate diversamente. Ma negli anni il governo di Roma si è semplicemente limitato ad amministrare l’economia nazionale. Negli ultimi sessant’anni lo stato ha fallito su tutta la linea: non ha garantito un governo efficace ai cittadini, non ha contrastato adeguatamente la corruzione, non ha tutelato l’ambiente e non ha protetto i cittadini da cosa nostra, dalla camorra e delle altre organizzazioni criminali. Oggi, nonostante i punti di forza del paese, il governo italiano è incapace perfino di guidare l’economia.
Per riunire in un unico reame i sette regni dell’Inghilterra anglosassone, intorno al decimo secolo, ci sono voluti circa 400 anni. I sette stati che nell’ottocento hanno formato l’Italia unita, invece, sono stati accorpati nel giro di un paio d’anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il papa fu privato della maggior parte dei suoi possedimenti, la dinastia dei Borboni fu cacciata da Napoli e i duchi dell’Italia centrale persero i loro troni, E così i re del Piemonte diventarono sovrani d’Italia. All’epoca la velocità dell’unificazione del paese fu salutata come un miracolo: gli italiani, uniti da un forte spirito patriottico, avevano cacciato sia gli invasori stranieri sia i tiranni italiani. In realtà, il movimento patriottico italiano era stato relativamente contenuto – composto in gran parte da giovani della classe media provenienti dal nord – e non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo senza un intervento esterno. Nel 1859 un’armata francese cacciò gli austriaci dalla Lombardia, mentre nel 1866 il nuovo stato italiano riuscì ad annettersi Venezia grazie a una vittoria dell’esercito prussiano.
Governo calato dall’alto Nel resto d’Italia le guerre del risorgimento non sono state battaglie combattute in nome dell’unità e della liberazione dagli oppressori, quanto piuttosto guerre civili per la successione. Giuseppe Garibaldi si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli, ma le sue campagne non furono altro che spedizioni di conquista del sud da parte degli italiani del nord, e furono seguite dall’imposizione delle leggi del nord sul Regno delle due Sicilie. I napoletani non si sentirono affatto “liberati” dalle camicie rosse (Napoli era la città più popolosa d’Italia, ma poche decine di cittadini si offrirono di combattere al fianco di Garibaldi) e presto il popolo si accorse che la città, per sei secoli capitale di uno stato indipendente, era ormai diventata un semplice centro di provincia. Oggi Napoli fa ancora parte della periferia d’Italia, e il pil del sud del paese non arriva alla metà di quello delle regioni del nord.
L’Italia unita ha saltato il doloroso processo di costruzione di una nazione, e nel giro di due anni si è trasformata in uno stato centralizzato che non faceva concessioni ai regionalismi. Per capirlo basta confrontare la storia italiana con quella della Germania: dopo l’unificazione del 1871, l’impero tedesco era guidato da una confederazione che comprendeva quattro regni e cinque granducati. La penisola italiana, al contrario, fu unificata nel nome di Vittorio Emanuele II, e diventò immediatamente una versione allargata del regno piemontese: mantenne lo stesso sovrano, la stessa capitale (Torino) e la stessa costituzione. L’imposizione delle leggi piemontesi sull’intera penisola fece in modo che gran parte della popolazione si sentisse sottomessa, e nel corso degli anni sessanta dell’ottocento la monarchia fu costretta a reprimere diverse rivolte scoppiate nel sud del paese.
La varietà dell’Italia aveva una storia secolare, e nessuno avrebbe mai potuto cancellarla nel giro di qualche anno. Nel quinto secolo aC gli abitanti della Grecia antica parlavano la stessa lingua e si consideravano un unico popolo. Nello stesso periodo le popolazioni della penisola italiana parlavano circa quaranta lingue diverse e non avevano nessun senso di identità comune. La diversità italiana si accentuò dopo la caduta dell‘impero romano, e per secoli la penisola rimase divisa: prima nei comuni medievali, poi nelle città stato e in seguito nei ducati rinascimentali. Lo spirito localistico sopravvive ancora oggi: se chiedete a un cittadino di Pisa di definirsi, vi dirà che si sente innanzitutto pisano, poi toscano e infine italiano. Gli italiani ammettono tranquillamente che il loro senso di appartenenza a un’unica nazione emerge solo in occasione dei Mondiali di calcio, e solo quando gli azzurri vincono.
La diversità linguistica è un altro barometro della frammentazione italiana. Secondo le stime del linguista Tullio De Mauro, all’epoca dell’unificazione solo il 2,5 per cento della popolazione parlava italiano, cioè il dialetto fiorentino ricavato dalle opere di Dante e Boccaccio. Forse il dato di De Mauro è sottostimato, e la percentuale reale era vicina al 10%, ma questo significa che il 90% degli italiani nel 1861 parlava lingue o dialetti incomprensibili nel resto del paese. Perfino re Vittorio Emanuele parlava piemontese, quando non si esprimeva nella sua lingua madre, il francese.
Nell’euforia generale del periodo tra il 1859 e il 1861, quasi nessun politico italiano si fermò a riflettere sulle complicazioni relative all’unificazione di popolazioni cosi eterogenee. Uno dei pochi a farlo fu lo statista piemontese Massimo D’Azeglio, che dopo l’unità d’Italia dichiarò: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Sfortunatamente, il nuovo governo decise invece che la priorità era trasformare l’Italia in una grande potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania e Austria-Ungheria. La missione era però destinata a fallire, perché il nuovo stato era molto più povero dei suoi rivali.
Ossessioni coloniali
Per novant’anni, fino alla caduta di Mussolini, i leader italiani cercarono di creare un senso di unità nazionale trasformando gli italiani in coloni e conquistatori. Enormi somme di denaro furono stanziate per organizzare campagne militari in Africa, spesso con risultati disastrosi: nella battaglia di Adua (1896), quando i soldati etiopi spazzarono via l’esercito di Umberto I, il numero di caduti italiani fu superiore a quello di tutte le guerre del risorgimento. Inoltre, nonostante non avesse nemici in Europa, l’Italia entrò in guerra in entrambi i conflitti mondiali. Per due volte il governo italiano si lasciò allettare dalle promesse di ricompense territoriali e, a pochi mesi dall’inizio delle ostilità, scelse lo schieramento che pensava avrebbe prevalso. I calcoli sbagliati di Mussolini e la conseguente disfatta dell’esercito italiano distrussero il militarismo di Roma e anche il sogno di un patriottismo italiano. Per i successivi cinquant’anni, dopo la seconda guerra mondiale, il paese è stato dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista, due partiti che seguivano rispettivamente la linea dettata dal Vaticano e quella del Cremlino, poco interessati a instillare negli italiani un nuovo sentimento di unità nazionale.
Bisogna ammettere che sotto molti aspetti l’Italia del dopoguerra è stata un successo straordinario. Con uno dei più alti tassi di crescita al mondo, il paese è diventato un esempio da seguire nel campo del cinema, della moda e del design. Tuttavia i trionfi economici non hanno fatto che aumentare le diseguaglianze, e nessun governo si è occupato seriamente di appianare il divario tra nord e sud. I fallimenti politici ed economici di Roma non sono l’unica causa del malessere che oggi minaccia la sopravvivenza dell’Italia. Alcuni difetti del paese sono strutturali, e risalgono al periodo dell’unificazione. La Lega Nord – il terzo partito italiano, secondo il quale il 150° anniversario dell’unità è motivo di lutto e non di celebrazione – non dev’essere liquidato come una bizzarra aberrazione. L’atteggiamento dei suoi elettori nei confronti del sud dimostra che molti italiani non si sono mai sentiti parte di un paese unito.
Il politico e storico liberale Giustino Fortunato amava citare il punto di vista del padre, secondo cui “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia”. Fortunato sosteneva che la forza della penisola risiede da sempre nelle realtà regionali, e un governo centrale non potrà mai funzionare adeguatamente. Con il passare degli anni le sue parole sembrano sempre più profetiche. Se l’Italia avrà ancora un futuro come stato dopo la crisi, Roma dovrà accettare un modello che tenga conto del regionalismo intrinseco e millenario del paese. Naturalmente l’Italia non tornerà a essere un insieme di repubbliche comunali, ducati rurali e principati, ma potrebbe benissimo diventare uno stato federale capace di riflettere la sua natura storica. •as
Internazionale - 23 dicembre 2011 – n. 929 – David Gilmour, letterato e storico britannico, ha scritto «The pursuit of Italy: a history of a land, its regions and their peoples» (Penguin 2011).
