Natale 1991, 20 anni fa, Don Giuseppe Diana ha scritto «per amore del mio popolo non tacerò», non chiese assegnazioni di beni, con la sola forza della Parola e della Fede. Fu ucciso dalla Camorra. Parlava infatti alla gente della sua parrocchia, con l’annuncio di Cristo Gesù, con la forza della sua coerenza di fede e pastore, pagando con la sua vita. A Natale di vent’anni fa, don Giuseppe Diana pubblicava il documento: “Per amore del mio popolo”. Lo farà per riannodare il filo della memoria con un martire della Chiesa, ma anche per indicare una via d’uscita a quanti ancora oggi sono imbrigliati nella rete dell’illegalità e della violenza. Quel documento è di un’attualità straordinaria, fu una delle cause della uccisione di don Diana per mano della Camorra, avvenuta il 19 marzo del 1994. Il parroco tuonava contro la politica e le collusioni con la camorra.
Puntava il dito contro coloro che non parlavano con voce chiara. Denunciava la presenza di un’imprenditoria collusa e corrotta. Ma lo faceva quasi in solitudine, in un clima di violenza diffusa che ha prodotto, come sempre, dei morti. Don Peppino credeva nella “forza della parola”. La usava per spiegare, convincere e disarmare i giovani che erano affascinati dalla violenza camorristica. Alzava la voce per difendere la parte più debole del suo popolo. L’amore per la sua gente e la sofferenza di tante famiglie lo aveva spinto ad uscire dalla sagrestia per cercare di impedire a tanti giovani di percorrere i sentieri che portavano direttamente alla morte. E per questo era diventato il simbolo del riscatto della propria terra. Non glielo hanno perdonato. Ha pagato con la vita il coraggio.
Egli scriveva nel ‘91: “La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana”. “I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili:
- Estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo;
- Tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario;
- Traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali;
- Scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone;
- Esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”.
Conosceva fin troppo bene la sofferenza di tante mamme che temevano di vedere distrutte le vite dei propri figli. Perciò scriveva: “Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”. Era consapevole che la Chiesa deve svolgere un ruolo di primo piano nel costruire la speranza. Perciò parlò con le parole dei Profeti. Utilizzò le parole di Ezechiele per richiamare la denuncia. Le parole di Isaia per guardare avanti. Le parole di Geremia!
Affermava: “È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale”.
Si appellò soprattutto ai suoi confratelli, ai Cristiani, al popolo di Dio, per aprire un varco nei clan della camorra che nel 1991 apparivano, nonostante le divisioni, come un unico monolite di violenza. Si appellò soprattutto al Popolo di Dio e ai sacerdoti: “Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. (…) Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso!”
È stato ucciso per quello che ha scritto. Ma il suo sangue è stato il seme che ha dato buoni frutti. Ora, il territorio che in tanti conoscevano come il regno della camorra, sta cambiando pelle grazie anche al suo martirio e sta cambiando anche nome: Casal di Principe non è il paese di Sandokan, ma è il paese di don Peppino Diana!
Asterix
http://altocasertano.wordpress.com/2010/03/19/casal-di-principece-per-amore-del-mio-popolo-non-tacero/
http://www.ildialogo.org/testimoni/Ricordi_1268750418.htm
http://beneventoecosolidale.wordpress.com/2009/12/24/per-amore-del-mio-popolo-non-tacero-natale-19912009/

«Ad un ceto delinquenziale sbandato e fatto spesso di giovani disperati, Cutolo offre rituali di adesione, carriere criminali, salario, protezione in carcere e fuori. Si ispira ai rituali della camorra ottocentesca, rivendicando una continuità ed una legittimità che altri non hanno. Istituisce un tribunale interno, invia vaglia di sostentamento ai detenuti più poveri e mantiene le loro famiglie. La corrispondenza in carcere tra i suoi accoliti è fittissima e densa di espressioni di gratitudine per il capo, che si presenta alcune volte come santone e altre come moderno boss criminale. Vive di estorsioni, realizzate anche attraverso la tecnica del porta a porta. Impone una tassa su ogni cassa di sigarette che sbarca. Vuole imporsi ai siciliani, che non si sottomettono. Impera con la violenza più spietata».
Pensare e parlare coraggiosamente costa molto e perciò molti tacciono…. ma costoro sono i servi della notte e del silenzio.
Nella piana lametina sono troppi anche i silenzi………. piazze storiche, oggetto di business da decifrare…….. abitazioni costruite sulle sponde di torrenti, che sono stati sempre cause di inondazioni o come si chiamano adesso di esondazioni; assenze sempre più inspiegabili in una città di pianura per parcheggi, campi sportivi, passeggiate in riva a torrenti, etc… carenza di spazi destinati solo a verde pubblico, collegamenti vairii, adeguati con i centri montani e collinari del circondario e delle bellissime località collinari.
Certo non vi sono interessi di ritorno, perchè non c’è……………… il mattone!
Il fatto che non ci siano commenti la dice lunga e rafforza la mia opinione che ogni popolo ha il governo che merita. Non sono di quella zona, vivo in un posto dove certe cose si vivono attraverso le notizie dei TG, però non riesco a dire o pensare “sono cose che non mi interessano”, perchè un giorno i miei nipoti potrebbero trovarsi nelle condizioni in cui, oggi, vivono i campani, pugliesi, siciliani e calabresi.
Una volta arrivato il male, diventa difficile debellarlo, mentre prevenirlo è molto più semplice. Sono certo che queste semplici parole cadranno nel vuoto, ma le ho scritte ugualmente, chissà………..