La Calabria è stata da sempre crocevia di culture e civiltà diverse che hanno arricchito il territorio di capolavori che sono stati purtroppo soggetti all’incuria dello Stato e al susseguirsi delle calamità. Il pregiudizio di una storiografia che considera la Calabria una regione in ritardo nelle sue espressioni artistiche rispetto alle aree di elaborazione delle idee e alle novità introdotte dal Rinascimento Fiorentino non è del tutto vero. Le difficoltà di reperire sia i documenti che le opere avevano portato ad escludere la Calabria, dal periodo rinascimentale. Niente di più falso, infatti diverse sono le testimonianze rinascimentali calabresi. A partire da Timeo, ma anche dai filosofi tutti della Magna Grecia, da Parmenide sino a Pitagora e Timeo, che prosegue con Cassiodoro che “educò” i Goti e costituì in Calabria il Vivarium, dove sin dagli anni antichi si traduceva la cultura orientale, e in Calabria i Monaci Basiliani, da noi emigrati con i loro conventi dal’VI all’VIII secolo, in seguito alla persecuzione iconoclasta, tradussero insieme ai Vangeli, vedi il Codice di Rossano, i preziosi testi della Grecia classica, fino ai matematici Arabi, oltre che gli antichi testi latini.
La Calabria ebbe un peso fondamentale nella crescita della cultura occidentale per la traduzione e la conservazione delle opere di Platone e Aristotele, lo avrà poi anche per la diffusione del pensiero platonico alla base dello sviluppo dell’Umanesimo, con la ribellione all’aristotelismo da parte di personaggi come S. Francesco da Paola, il Parrasio, Bernardino Telesio o Tommaso Campanella, il quale asseriva “Tutto ciò che Aristotele ha di buono l’ha appreso da Platone e questi a sua volta da quei calabresi”, i suoi maestri Timeo e Filolao.
Ed ancora, S. Benedetto, San Nilo e S. Bartolomeo insieme, prima nel loro convento calabrese del Patirion sino al 1000, poi a Grottaferrata, salvarono i testi tradotti dai monaci Basiliani; I monaci Barlahm e Leonzio Pilato furono i maestri di greco di Petrarca e Boccaccio , sostenendo la ricerca spirituale Occidentale, tant’è che sulla facciata di S. Rufino in Assisi vi sono le figure del libro “Tractatus super quatuor Evangelia” di Gioacchino da Fiore, per come dimostra Franco Prosperi nel libro “Gioacchino da Fiore e le sculture del Duomo di Assisi”, scolpite nel 1190, e come nella Cappella Sistina dipinta da Michelangelo, per come afferma e dimostra il prof. H.W.Pfeiffer, nel recente Libro “La Sistina Svelata” vi sono tutte le sequenze, le immagini e le icone bibliche tratte dal libro di Gioacchino “Concordia novi ac veteris Testamenti”. Il pensiero rinascimentale si abbeverò al pensiero classico nelle arti e nelle lettere e in Calabria da Telesio a Campanella.
Un altro aspetto importante del Rinascimento fu la nuova considerazione della natura intesa come oggetto di studio e approfondimento da parte dell’uomo e della scienza. Una natura, cioè, non considerata più come terreno della manifestazione delle forze divine, quasi uno specchio pallido dell’immagine di Dio, da rispettare e venerare; bensì vista come un mondo dotato di leggi proprie che l’uomo deve rispettare e conoscere per poter condurre a proprio servizio. Tale nuova considerazione della natura venne anticipata nell’opera di Telesio, filosofo cosentino, intitolata La natura secondo i propri principi, la quale staccandosi dalla visione magica, affermò che l’uomo non deve imporre i suoi schemi a priori alla natura, ma deve scoprirne umilmente le leggi interne che ne regolano la vita e che sono sconosciute al più. L’accusa rivolta alla scienza del passato fu, dunque, di essere stata boriosa e superba, incurante della vera realtà del mondo fisico: essa ingabbiò nei dogmi della teologia i fenomeni naturali, precludendosi una loro vera comprensione. Basti considerare che nella Scuola di Atene di Raffaello – il manifesto dell’Umanismo e del Rinascimento – tutta la composizione che accoglie i maggiori filosofi e sapienti dell’antichità che si muovono intorno alle sponde del Mediterraneo, la prospettiva della composizione converge sul libro tenuto in mano da Platone, il Timeo, un’opera che rimanda al calabrese Timeo di Locri, maestro del filosofo. Si è cercato quindi di chiarire il contributo complesso, e finora poco approfondito, della Calabria al linguaggio artistico rinascimentale, una Regione che ha dato un contributo fondamentale all’Umanesimo e che ha iniziato la sua crisi proprio alla fine del Rinascimento, con la perdita della centralità del Mediterraneo.
Tra le opere riconducibili al periodo rinascimentale ricordiamo i quadri di Antonello de Saliba della Vergine col Bambino e la Pietà di Antonello Gagini. Antonello de Saliba trae inspirazione dalla Madonna col Bambino di Jacobello d’Antonio, suo maestro, quadro conservato nel Santuario di San Francesco di Paola. I quadri realizzati sono: la Madonna della Ginestra e la Madonna col Bambino . I due quadri sono simili per quel che riguarda la rappresentazione della Vergine: un’aggraziata figura dal viso velato da una soffusa malinconia. Le cose che differenziano le due opere sono il paesaggio retrostante e il trono occupato dalla Madonna. Nel primo il paesaggio è un’atmosfera dolce e irreale e il trono è riccamente decorato da intarsi. Nel secondo il panorama è più realistico e dettagliato, infatti sono raffigurati strutture difensive e religiose che hanno un valore simbolico, il trono diventa semplice umile e modesto e si inserisce bene nella visone d’insieme col paesaggio retrostante.
La Pietà è stata commissionata ad Antonello Gagini da parte del conte Giovanni Martino d’Aquino e del beato Francesco da Zumpano, fondatore del convento Santa Maria della Pietà a Soverato Superiore; il legame tra i due risale alla fondazione di un convento presso Campo D’Arato, territorio tra Nocera e Castiglione. Il gruppo marmoreo raffigura la Vergine con il Cristo morto in braccio. La Vergine appare maestosa e soave allo stesso tempo, lo sguardo comunica tutto il dolore di una madre che ha perso suo figlio. I tratti somatici, dal tocco sicuro e sapiente, danno una profonda caratterizzazione psicologica, umana e divina all’immagine sacra. L’obiettivo del Gagini, infatti, era quello di eseguire una rappresentazione realistica e non idealizzata del dramma della Madre, che si può cogliere nella mano che la Vergine porta al petto. Il manto originariamente presentava una decorazione pittorica che è purtroppo andata perduta a causa del terremoto del 1783 e del successivo restauro, condizionato dalla Pietà del Michelangelo. Del Cristo morto sorprende il realismo dell’abbandono dei muscoli e delle membra rilassate che fanno apparire il corpo leggero.
Il gruppo marmoreo poggia su una base di marmo sulla quale è inciso un bassorilievo che raffigura dei santi. San Michele Arcangelo, sulla destra, nell’atto di sconfiggere Lucifero; Battista, sulla sinistra, che in abiti semplici mostra un agnello; al centro vi è San Tommaso d’Aquino che tiene una lezione con 6 domenicani. Sono tutte figure simboliche: San Michele rappresenta il riconoscimento dell’autorità di Dio e Battista mostra la via della Salvezza (agnello=Gesù). San Tommaso potrebbe essere riconducibile al committente dell’opera, discendente del Santo, tuttavia simboleggia l’immortalità dell’anima, ripresa da Tommaso dall’aristotelismo e rappresentante la certezza e il fondamento dei cristiani, che si coglie nella morte e nella resurrezione di Cristo. In conclusione la Pietà del Gagini è molto importante perché una delle poche testimonianze marmoree meridionali del primo Cinquecento giunte fino a noi.
Irene Spada