Mezzogiornocritico è lieto di ospitare una intervista alla giornalista e conduttrice italiana Daniela Binello di Asmaa Ayed giornalista e scrittrice egiziana.
Come ha iniziato a fare la giornalista? A scuola, fin dalle elementari, partecipavo alla redazione dei giornalini di classe, un’attività extrascolastica che ho coltivato anche ai tempi in cui ero una liceale al Virgilio di Torino, la mia città natale. Negli anni dell’università (sono laureata in lingue e letterature straniere) ho frequentato un gruppo di volontariato attivo nel sociale e anche lì ho sviluppato il mio interesse verso il mondo dell’informazione. Il vero giornalismo, però, è arrivato molto dopo. Era il 1995 e Sarajevo era una città assediata dai cecchini. Sono partita per la Bosnia come free lance, avendo “sulle spalle” pochissima esperienza come giornalista di guerra (in precedenza avevo fatto soltanto un’altra missione, in Nicaragua, all’epoca della contras che attaccava i villaggi dei campesinos per fare cadere l’ideologia sandinista). Dopo la Bosnia, ho poi superato l’esame di Stato previsto in Italia per essere riconosciuta “giornalista professionista” (prima dell’esame ero già iscritta all’Ordine nazionale dei Giornalisti italiani, ma come “pubblicista”) e sono poi volata a New York per seguire uno stage di giornalismo d’inchiesta organizzato dalla Columbia University.
Entrare nel mondo del giornalismo era il suo sogno o fu una decisione del tutto casuale? Fare la giornalista mi è sempre sembrato il mestiere più bello del mondo e lo penso ancora oggi, nonostante le difficoltà di svolgere questo compito, di fronte a una crisi dell’editoria che riduce molte volte il giornalismo a un incompleto lavoro di desk, senza andare là dove i fatti stanno succedendo. La crisi globale sta riducendo le missioni degli inviati e questo è un vero peccato: gli inviati rappresentano gli occhi e le antenne di molte persone che vogliono essere informate sulle tragedie del mondo per cercare di non vivere nell’inconsapevolezza. Per toglierci le bende sugli occhi occorrono dei buoni giornalisti e degli inviati coraggiosi.
Quali obiettivi vorrebbe raggiungere nel campo giornalistico e sociale? Avere minimamente la sensazione di svolgere un lavoro di pubblica utilità è una bella soddisfazione e diventa, in qualche modo, un obiettivo sociale se il giornalista si pone come onesto narratore di fatti e opinioni e non si presta ad essere il megafono di interessi che lavorano contro la verità e la trasparenza dell’informazione. Il giornalista non è un militante di questa o quella posizione, non sarà il giornalismo a cambiare il mondo in meglio, però fare un buon lavoro d’informazione contribuisce a far crescere nella società una specie di coscienza collettiva: sapere le cose come stanno è il primo passo per giungere a formare le nostre opinioni personali.
Com’è stata la sua esperienza a RaiNews 24, sia a livello personale che a livello professionale? RaiNews 24 è un canale televisivo broadcasting italiano, visibile in tutto il mondo attraverso il satellite. Putroppo è un canale all news 24 ore su 24 disponibile soltanto in lingua italiana. Mi sono trovata a contatto di colleghi molto preparati e soprattutto molto aperti nei confronti delle news da tutto il mondo, anche da quegli angoli del pianeta che di solito non interessano quasi mai i direttori e i capiredattori. È stata una esperienza di lavoro davvero stimolante e, per la prima volta, sono stata assegnata anche a un programma di approfondimento per il quale dovevo realizzare il servizio d’apertura, sulla notizia più importante della settimana. A livello personale è stata anche la prima volta in cui mi sono trovata a lavorare a fianco a fianco di colleghi stranieri, fra cui diversi redattori di origine araba, dato che a RaiNews 24 esiste una redazione internazionale praticamente unica nel suo genere. Nel piccolo è una specie di Bbc World.
Lei ha realizzato per la Rai e altre testate nazionali servizi giornalistici da Libano, Afghanistan, Iraq, Nicaragua, Corea del Nord, Balcani, America Latina e altri Paesi dov’erano in corso dei conflitti armati. Qual è il messaggio che lei voleva far trasmettere agli italiani che avrebbero visto i suoi reportage televisivi? Mi ritengo una semplice operaia dell’informazione, quindi nel realizzare i miei servizi cerco di mantenere una netta separazione da quelle che sono le mie idee personali e le mie emozioni. Ciò non significa che io mi comporti in maniera indifferente verso quello che sto vedendo e registrando, però cerco innanzitutto di far leva più sull’esigenza di fornire informazione che non di dire la mia, cosa che peraltro non interesserebbe a nessuno. A volte, in certe situazioni dove c’è molto pathos, è difficile. In Afghanistan, ad esempio, facevo una diretta con le lacrime agli occhi perchè ero in un ambulatorio dove c’erano molti bambini malati che venivano sottoposti a delle iniezioni molto dolorose, ma per fortuna le mie lacrime non si sono viste nella telecamera. È la notizia che sto dando la cosa più importante, non come mi sento io.
Lei è anche autrice di due libri: “A.A.A. Cittadini cercansi” (100 storie e 100 immagini di nuovi cittadini italiani migranti, Matteo Editore, Treviso) e “Il diritto non cade in prescrizione” (sui desaparecidos italiani in Argentina, Ediesse, Roma). Ce ne riassuma i contenuti. Il fenomeno dei lavoratori immigrati nel nord est italiano, in particolare in Veneto, era ancora poco conosciuto alla fine degli anni ‘90. Mi fu chiesto da una casa editrice di Treviso di fare un’inchiesta sulla vita in fabbrica e nel tempo libero degli immigrati, il cui numero cominciava a essere consistente. Partii con un fotografo romano e per molte settimane girammo in lungo e in largo, da Venezia a Verona, da Pordenone a Vicenza, ma anche in tantissime altre località minori, alla ricerca di storie significative. Il mio secondo libro, invece, è la storia di un processo internazionale che si è svolto a Roma nel 1999-2000, a trent’anni di distanza dalla dittatura militare in Argentina, costata la vita a più di 30mila desaparecidos, fra cui molti italiani che erano emigrati in quella terra. Ho seguito per nove mesi tutte le udienze di quel processo e ho potuto ascoltare dalla viva voce dei testimoni che deponevano davanti al giudice una pagina di orrore e barbarie. Ci sono dettagli raccapriccianti, racconti di stupri e torture, e poi i prigionieri venivano gettati ancora vivi dagli aerei che sorvolavano il Rio de La Plata.
Uno degli aspetti che si possono osservare in Italia consiste nel fatto che gli italiani si mostrano interessati ad imparare sempre qualcosa di nuovo. Leggono in treno, nei parchi pubblici. Non perdono mai l’occasione di leggere qualcosa. Al contrario, purtroppo, le statistiche sui popoli dei Paesi in Via di Sviluppo presentano un basso tasso di lettura sia di libri che di giornali. Quali sono i consigli che lei potrebbe dare a queste popolazioni per migliorare la loro situazione culturale? Sono del tutto certa che se venissero distribuiti libri e giornali in tante zone dell’Africa o dell’Asia le persone che abitano in quei Paesi diventerebbero degli accaniti lettori anche più degli italiani. Gli italiani non leggono quanto dovrebbero e si trascorrono ormai troppe ore a vedere programmi televisivi di livello molto basso. Una vasta operazione di traduzione e distribuzione di volumi nei Paesi in Via di Sviluppo sarebbe una delle più straordinarie operazioni umanitarie che il ricco occidente potrebbe fare in maniera del tutto gratuita e il mio unico consiglio, se posso darne uno, sarebbe quello di redigere una compilation di libri di pari dignità provenienti da autori di tutti i Paesi del mondo. Ho visto con quale felicità i bambini dei Paesi poveri ricevono in dono una matita e un quaderno. E’ qualcosa che a noi costa poco, ma che potrebbe fare così tanto che neanche ce l’immaginiamo.
Secondo lei, i giornalisti italiani informano in modo reale sui problemi che affrontano gli stranieri presenti sul territorio italiano? Io vorrei spezzare una lancia a favore dei tanti colleghi giornalisti che scrivono articoli sugli immigrati o che realizzano servizi radiotelevisivi sullo stesso argomento. Se voi sapeste com’è difficile ottenere dai capiredattori l’ok per un articolo sugli stranieri che non sia la cronaca nera di un fattaccio o di un arresto per droga, eccetera, capireste cosa voglio dire. Ci sono ottime inchieste sugli immigrati in Italia, che ne raccontano dettagliatamente le difficoltà esistenziali e sociali, solo che nella logica dei giornali prevale la notizia dell’arresto di un pusher o di una banda di rom sorpresa a rubare, piuttosto che il trovare spazio per un articolo di fondo sui nuovi cittadini italiani. Negli ultimi anni, comunque, osservo uno sforzo ripetuto da parte di molti colleghi nel dire “pane al pane e vino al vino”, smorzando i toni spettacolari anche quando devono raccontare un fattaccio, e vedo uno sforzo esemplare anche nell’uso di certe parole piuttosto che di altre. A parte alcuni giornali, che sono strettamente collegati a partiti che avversano l’immigrazione in Italia, noto che una maggiore obiettività piano piano si sta facendo largo, ad esempio sul tema dello sfruttamento dei lavoratori al nero e sugli incidenti sul lavoro, le cui vittime sono molto spesso gli immigrati.
Dalla sua esperienza e conoscenza approfondita del modo di pensare degli europei in generale, e degli italiani in particolare, qual è la loro visione attuale del mondo arabo? Dall’11 settembre del 2001, con l’attentato al cuore della potenza americana, il mondo occidentale si è spaccato in due e dovendo individuare un nemico per forza lo si è trovato negli arabi. A fronte di questo, la metà degli occidentali si domanda perchè si sia arrivati a tanto e ha approfondito la propria analisi cercando di mantenere un certo equilibrio nel giudicare i fatti e i messaggi terroristici dalle persone straniere, in senso generale, che vivono, studiano e lavorano nei nostri Paesi o che nutrono il legittimo desiderio di venire a viverci per migliorare le loro condizioni di vita. L’altra metà degli occidentali, invece, ha reagito “con la pancia” e vorrebbe estirpare il problema del terrorismo internazionale con leggi durissime nei confronti di tutti gli immigrati e non solo di quelli che si sono macchiati di reati gravi. Ora, in tutta evidenza, i terroristi vanno fermati prima che possano seminare morte e disperazione, ma è altrettanto evidente che non si possano colpevolizzare gli arabi nel loro complesso come se esistesse un unico disegno eversivo arabo contro il mondo occidentale. Gli europei, a loro volta, sono stati colpiti dal terrorismo di matrice araba (Spagna e Regno Unito in primo luogo) e ciò ha certamente influenzato, in peggio, una politica dell’accoglienza che prima del 2001 era più morbida. L’Italia, per ora immune da attacchi equiparabili per gravità a quelli che ho citato, sta vivendo tuttavia un periodo di crescente insofferenza verso la presenza degli immigrati sul territorio nazionale e la mia percezione è che questa insofferenza stia modificando un pò l’immagine degli italiani ospitali e solidali verso tutti.
Perché la maggior parte degli americani e degli europei pensano che i musulmani siano tutti terroristi? Francamente cerco sempre di stare molto alla larga dagli slogan politici. Se mi permette una battuta scherzosa, anche se stiamo parlando di cose serie, dire che tutti i mussulmani sono terroristi sarebbe come dire che tutte le belle donne, in quanto belle, devono essere per forza stupide. La complessità del mondo in cui viviamo non ci consente di ricorrere a slogan banali. Dobbiamo tutti fare uno sforzo per comprendere le ragioni di questa complessità, dopo di che nessuno neghi che esiste un problema, oggi, fra nord e sud del mondo. Il mondo arabo si è sentito a lungo disprezzato dall’occidente e oggi vuole affermare la sua dignità. Il terrorismo, però, non partecipa a questo più che legittimo desiderio di riconoscimento. Il terrorismo vuole solo distruggere, non ha alcun interesse verso l’integrazione e per questo non esita, quando attacca, a compiere un fratricidio, a far strage di donne e bambini arabi. Mi pare che questo non lo aiuti a poter trovare la benché minima giustificazione da parte di nessuno sano di mente. Il terrorismo, che sia arabo o di altra matrice, va combattuto duramente.
Visto che in Italia ci sono più di mezzo milione di musulmani, pensa che in futuro il premier Silvio Berlusconi assumerà un’esperta musulmana per lavorare nel suo team, così come ha fatto il presidente americano Barack Obama nominando sua advisor l’egiziana Dalia Megahed? In Italia secondo la Caritas, che pubblica ogni anno un dettagliato Dossier statistico sull’immigrazione, risiedono 650mila immigrati islamici, di cui solo il 32 per cento frequenterebbe le moschee e praticherebbe il culto, mentre secondo il Ministero dell’Interno i mussulmani in Italia sarebbero un milione e 200mila e una percentuale molto più elevata professerebbe la religione dell’Islam. Nell’attuale XVI legislatura italiana sono stati eletti nelle file del centrodestra una deputata mussulmana, l’on. Souad Sbai (nata in Marocco) e nelle file del centrosinistra l’on. Jean-Léonard Touadi (nato nel Congo-Brazzaville), di religione cattolica. Vi sono poi diversi esponenti del mondo islamico che partecipano alle varie Consulte nazionali e locali per confrontarsi con le amministrazioni italiane sui problemi dell’integrazione, dell’istruzione nelle scuole dell’obbligo, della sicurezza e su alcuni altri argomenti. Non sono a conoscenza delle decisioni dell’attuale premier circa nuove nomine nel suo team di consiglieri. Quello che ho potuto osservare in questi anni, però, indipendentemente dal “colore” del governo di turno, è stato che la presenza di immigrati in ruoli di vera responsabilità era rarefatta e, in realtà, più di “facciata” che sostanziale. Penso che in questo non solo l’America di Obama, ma anche altre nazioni battano decisamente l’Italia quanto ad apertura mentale (Spagna e Francia, ad esempio).
Provi a immaginare che tutto il mondo sia in ascolto. Cosa le piacerebbe dire? Qual è il messaggio che in questo momento vorrebbe trasmettere a tutti? Bene, afferro al volo questa preziosa occasione per farmi ascoltare da tutto il mondo! Siamo circa 7 miliardi di creature e la metà, forse anche un po’ oltre, sono donne. Le donne però non sono presenti in tutti i Paesi con ruoli di rilievo e di forte impatto decisionale, mentre se così fosse la nostra società ne trarrebbe da subito grandi vantaggi. Perciò, io vorrei che per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti noi. Le donne hanno delle qualità complementari con quelle degli uomini e l’intelligenza femminile è indispensabile per riequilibrare i processi del mondo, per riportare un pò di pace sul pianeta e per renderci tutti molto, ma molto, più felici. Siccome non è mai stato sperimentato, proviamoci adesso.
http://forum.citynews.it/roma/742-intervista-daniela-binello-di-asmaa-ayed-giornalista-egiziana.html
http://www.facebook.com/topic.php?uid=197077755062&topic=10732
Sono molto felice per questa bella intervista della dr. ASMAA AYED, gionalista e poetessa EGIZIANA. In bocca al lupo.
Ayed Saber
È l’ideale del vero giornalista! Ma non ci accorgiamo che in Italia la figura del vero giornalista “è messa all’angolo e dimenticata”. Infatti molti giornali, anche i più diffusi “amano il tono soft” che dice e non dice; le redazioni di provincia, ma quel che è peggio gli Ordini regionali, tendono a ostacolare concretamente questi giovani “ideali” di giornalismo, mentre accadono fatti gravi e se ne parla solo dopo che diventano di dominio pubblico.
Un esempio ? Ebbene a proposito del “Papello”, oggi di dominio pubblico, oltre alla palese trattativa di “buon vicinato” che traspare dalle richieste e dallo stile dei nostri servizi, (che dovrebbero invece impegnarsi a ciò che è difficile scoprire) notiamo che fa parte dello stile diffuso del “potere” negli Enti locali e centrali, non affrontare i problemi con giustizia e rispetto delle leggi! Non avete notato che della rottura segnata dalla legge La Torre / Rognoni, la causa della uccisione di Pio La Torre invece di diventare esempio e stimolo per lo Stato, è dimenticata…. eppure è la terza richiesta del Papello al revisione di quella legge!
La mafia ama entrare dentro il “potere legale”, non vuole “rumori e denunce”, vuole solo avere strada libera ed anche “eleggere i giudici con il voto popolare” così “con la sua forza elettorale” li potrà condizionare al meglio!
Oggi è di moda dire che “è buono solo il voto del popolo”, invece di una Costituzione che rende il popolo e le istituzioni soggette alle regole. Oggi sta succedendo che si vuole portare la scelta di fondo tra le “Regole a cui tutti dobbiamo essere tenuti” e il “Potere che logora chi non lo ha” ed il POTERE DELLA GIUSTIZIA ETICA E SOCIALE. Perciò “OGGI SI VUOLE VIVERE DI CONVENIENZA” ! LA MAFIA VUOLE QUESTO SPAZIO E I GIORNALISTI PER PRIMI RISENTONO DI QUESTE SCELTE ANCHE NELLO LORO CARRIERE! Non accade questo in Paesi che hanno invece una forte tensione etica e sociale!
La pozione della verità da forza, ma è amara e da bere tutta per essere efficaci.
ASTERIX